Chi siamo? Ce lo raccontano i Dosha

L’organismo umano è costituito secondo gli insegnamenti ayurvedici da cinque elementi fondamentali chiamati Panchamahabuta, presenti in ogni cellula del corpo…

e quindi in tutti e sette tessuti che lo compongono chiamati appunto Sapta Dathu, ma linfa, sangue, muscoli, adipe, muscoli, ossa, nervi e sperma risulterebbero materia amorfa, se non esistessero i dosha che ne determinano e coordinano il funzionamento. I dosha, che potrebbero definire umori biologici o correnti biomagnetiche sono tre ed ognuno di loro è composto da due dei cinque elementi.

Nelle scritture Vediche si narra che dall’unione Purusha e Prakriti, i due principi eterni della realtà, si sono generati i cinque elementi, combinati sapientemente dall’energia dei Triguna che hanno dato vita ai dosha.
Sul piano sostanziale essi governano in maniera precisa i meccanismi fisici, mentali ed emozionali. VATA è il primo dosha è composto dagli elementi ARIA ed ETERE rispettivamente vayu ed akasha. Vata governa tutti i movimenti del corpo quindi è responsabile dell’azione muscolo-scheletrica, degli impulsi nervosi, governa il flusso linfatico e sanguigno, supporta l’espulsione dei Mala cioè di feci e urine, controlla i pensieri, guida la parola, muove i sentimenti e le fantasie più profonde, ma in particolar modo determina il respiro e il battito cardiaco, da ciò deriva l’appellativo di “soffio vitale”. La sua sede elettiva, cioè di maggior concentrazione e produzione è il colon. Quando Vata è in squilibrio, cioè quando c’è un’eccessiva presenza nel corpo (gli elementi aria ed etere non si muovo in modo armonico) si può accusare negli stati più lievi dolori articolari, stress e nevrosi, agitazione, spasmi, tachicardia ed insonnia, stipsi e pelle secca, mentre negli stati più gravi blocchi cardiaci e turbe psichiche. Vata proprio in virtù degli elementi che lo compongono possiede precise qualità molecolari che in sanscrito sono chiamate Guna, queste sono da considerare fondamentali per comprendere la natura della propria costituzione in virtù della conoscenza del proprio idoneo stile di vita, salute e cura in caso di squilibri (più avanti una tabella ne analizza le caratteristiche).

PITA è il dosha centrale, quello di mezzo, grazie alla sua azione gli altri dosha si stabilizzano, interagiscono e si elaborano. Gli elementi che lo compongono sono Agni e Jala, sono il fuoco e l’acqua. Pita è responsabile della trasformazione e del metabolismo, da lui dipende la digestione, la trasformazione chimica delle molecole, lo stato di salute del fegato, del sangue e degli occhi. Governa la produzione dei succhi gastrici, il metabolismo degli zuccheri e la termoregolazione cellulare e corporea. Sul versante psichico Pita apre la via a nuove idee e acutizza l’ingegno, sul piano emotivo accende la passione e l’interesse. Quando Pita è “fuori controllo” usualmente compaiano, gastriti, herpes, infiammazioni, difetti visivi, epatiti, colesterolemia, dermatiti, eccesso d’ira e rabbia, confusione cognitiva ed ottusità. Come in precedenza anche per Pita è necessario conoscere i guna per ipotizzare un’eventuale linea di cura.

L’ultimo dosha in ordine di elenco, ma di pari importanza degli altri è Kapa, i cui elementi fondanti sono Jala e Privti, l’acqua e la terra. Kapa determina la costruzione dei tessuti corporei e il loro consolidamento. Governa le funzioni ghiandolari e quindi le risposte immunitarie, sviluppa la forza e la resistenza dell’individuo. Sul versante psichico Kapa induce tranquillità, pacatezza e saggezza conferendo all’individuo un animo stabile e generoso.
Quando gli elementi terra e acqua sono alterati, cioè presenti in errata misura, compaiono problematiche quali, difficolta pneumologiche, obesità, disfunzioni ghiandolari, diabete, tumore, depressione, letargia, infelicità.

In ogni essere vivente sono presenti tutti e tre i dosha, senza i quali non vi è la vita, quello che cambia e la loro proporzione che fa di ognuno un essere unico. In via sommaria possiamo sostenere che esistono sette genotipi ai quali abbinare ulteriori fenotipi. Il primo genotipo, presente in forma rara al mondo è l’individuo Sama dosha, cioè con tutti e tre i dosha presenti in forma equilibrata.
Nella maggior parte dei casi però questa non è la regola, difatti di media si nasce con un binomio doshico prevalente (vata-kapa, vata-pita, pita-vata, pita-kapa, kapa-pita, kapa-vata), che secondo la tradizione vedica è un’eredità dalla nostra vita passata ovvero in chiave scientifica moderna tutto ciò proviene dal nostro DNA. Questa impronta primordiale che tutti noi portiamo con noi per l’intera vita, determina il carattere, l’emotività, la salute e la forma fisica. Questa in ayurveda è chaimata prakriti, cioè la propria impronta primordiale; la si può rilevare in un individuo in diversi modi, quello più intuitivo è l’analisi del fenotipo, poicè per ogni dosha corrispondono tre tipologie corporee/mentali differenti.

Un ulteriore metodo diagnostico per individuare la Prakriti, cioè la costituzione natale e l’eventuale squilibrio doshico che porta alla patologia, ossia la Vrikruti , consiste nel valutare le qualità generali dei Dhatu (tessuti). Ognuno dei tre umori presenta dieci qualità chiamate guna, che si riflettono sull’organismo caratterizzando la forma, la consistenza e la funzionalità dei tessuti. Ad esempio un individuo pita cioè con un dosha prevalente avente qualità biologiche e fisiche untuose e calde avrà una capacità di termoregolazione agli ambienti caldi ed umidi che lo espone più facilmente a “colpi di calore”. 

Il medico e anche il terapista Ayurvedico esaminano quindi con attenzione il paziente, al fine di verificarne lo stato di salute, a tal proposito è bene sottolineare che la malattia, secondo l’ayurveda, è una condizione insita nell’individuo, quindi per evitarne la sua manifestazione è necessario rafforzare continuamente corpo, mente ed anima. L’equilibrio e lo stato di salute dei dosha è fondamentale affinché la malattia non emerga o venga superata, quindi l’indagine medica deve essere accurata. La visita dunque prevede un’intervista al paziente circa le sue abitudini ed il suo stato psico-emozionale, una verifica dei tessuti attraverso l’osservazione della lingua, delle unghie, degli occhi e della pelle, la palpazione dei muscoli, delle ossa e delle articolazioni e l’ascolto ayurvedico del battito cardiaco.
Al termine del percorso diagnostico sarà possibile, dopo aver verificato i sintomi, congegnare la linea di cura appropriata.

L’analisi dei comportamenti e delle funzioni dei singoli dosha, soprattutto se confrontiamo le tabelle soprastanti, ci confermano che ognuno dei tre umori biologici presiede a precise e ben identificate funzioni. Il loro coordinamento è essenziale: si potrebbero paragonare a tre cavalli legati che tirano una carrozza, se uno dei tre inverte la direzione, oppure cambia velocità, gli altri due cavalli devono modificare il loro andamento per compensare lo squilibrio. Ad esempio, in caso di disidratazione, diminuisce Kapa, ma conseguentemente Vata si alza generando secchezza e di conseguenza Pita porta irritazione. I dosha sono legati dagli elementi e qualità che hanno in comune quindi Pita e Kapa sono accomunati dall’elemento acqua, ma confliggono per la medesima ragione, Pita porta calore mentre Kapa freddezza. Capire e studiare i meccanismi di rafforzamento o di antagonismo dei dosha serve per predisporre la linea di cura. Questo meccanismo richiede però un’analisi più raffinata perché ogni singolo dosha si suddivide in dieci subdosha funzionali.
Possiamo definire i subdosha, le centrali operative, le quali sovrintendono al funzionamento ed al coordinamento di sistemi, apparati, organi, tessuti corporei nonché alle funzioni fisiologiche. Come appureremo i subdosha esercitano un’azione su tre livelli, quello fisiologico, principalmente agendo tramite veicoli quali il plasma, la linfa, il sangue, il liquido cefalo rachidiale, gli enzimi e gli ormoni, quello psichico attraverso gli impulsi elettromagnetici, biofisici ed ormonali e quello emozionale attraverso l’energia sottile cioè Virya. In ayurveda si parla di conoscenza e consapevolezza dell’interdipendenza del corpo grossolano con quello sottile, concetto di fondamentale importanza perché traccia il percorso della guarigione, sia per il paziente che per il medico o il terapista. Solo consolidando la salute fisica nell’ambito delle proprie potenzialità naturali, si può attivare la guarigione mentale, dopo che la psiche è serena, è possibile accedere nelle profondità più nascoste dell’anima, fonte di vita, quindi grazie ad un processo inverso che utilizza le energie più potenti e pure si realizza e consolida la guarigione completa, in un processo di reset e quindi riprogrammazione cellulare.
Per ogni dosha esistono cinque articolazioni funzionali, risulta essenziale approfondirne la conoscenza.

Articolo pubblicato su “l’Altra medicina” nel 2019, scritto da Sem Galbiati, terapista ayurvedico

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Elena Carafa

Elena Carafa

Fondatrice di Esserenza

Artista e designer
Terapista ayurvedica
Operatrice in discipline Bio Naturali DBN
Reg. Uff. Reg. Lombardia n.29-2020/TA29

Ho imparato nell’esperienza delle cose che l’arte, come la intendo io, è quel momento che si presenta ogni volta che vogliamo afferrare la nostra essenza. L’arte per l’arte non mi è mai interessata, a me interessa la magia che s’infonde nella relazione essere umano, spazio, tempo, materia. Lo scopo finale è il processo, ossia conoscersi sperimentando, approfondendo e provando: è farne esperienza diretta, appunto, solo così si trasformano continuamente le nostre esistenze, sempre in nuove forme, come nel gioco spontaneo che un bambino può fare con un legnetto su una spiaggia.

Ho osservato e studiato molto i giochi dei bambini e come gli adulti vivono i propri ambiti di conoscenza e sviluppo di sé stessi; da queste osservazioni dirette ho delineato una modalità che applico in tutte le attività che faccio e faccio fare: cerco sempre di creare quello spazio magico dove possano avvenire processi trasformativi di significato. L’arte, le pratiche dello Yoga e dell’Ayurveda, così come altre discipline o tecniche diventano “ambiti”  dove possono realizzarsi tali processi.

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