Il fior di loto simbolo, del fulgore dello spirito

Un fior di loto emerge dall’acqua scura su uno stelo sottile, esibendo un cuore dorato e numerosi petali rosa. Circondato da foglie e da boccioli chiusi o in procinto di chiudersi, è rivolto direttamente verso l’osservatore. Il sacro loto indiano, Nelumbo nucifera, è una pianta acquatica perenne di colore rosa. Pankaja, nato dal fango, è un termine poetico in sanscrito che indica il loto indiano.

Sia come rappresentazione figurativa che come immagine poetica, il loto evoca la presa di coscienza del fatto che la vita nata nel fango, nutrita di materia decomposta, cresciuta in un elemento fluido e mutevole si apre radiosa allo spazio e alla luce. Il fango elemento fluido rappresenta le qualità più grossolane e pesanti della natura compresa la natura psichica. Il bel fiore dai molti petali è invece simbolo di quelle più delicate e splendenti, mentre il cuore dorato rappresenta il fulgore dello spirito.


I sistemi dello Yoga esoterico della tradizione indiana e tibetana rappresentano una sequenza di chakra centri energetici nel corpo sottile, come  fiori di loto di particolari colori e con un determinato numero di petali. I colori e il numero di petali indicano la loro posizione nello spettro che va dal rosso al violetto alla luce bianca, mentre le loro energie corrispondono a quelle presenti nell’universo così come nell’uomo. I colori, le forme, le energie si manifestano attraverso la meditazione, il canto e la visualizzazione stimolata dalle immagini di Radha, Krishna, Buddha, dei loro occhi, delle loro mani di loto, oppure delle immagini di questo splendido fiore che cresce nell’acqua.


Tratto da: “Il libro dei simboli”, Taschen edizioni

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Elena Carafa

Elena Carafa

Fondatrice di Esserenza

Artista e designer
Terapista ayurvedica
Operatrice in discipline Bio Naturali DBN
Reg. Uff. Reg. Lombardia n.29-2020/TA29

Ho imparato nell’esperienza delle cose che l’arte, come la intendo io, è quel momento che si presenta ogni volta che vogliamo afferrare la nostra essenza. L’arte per l’arte non mi è mai interessata, a me interessa la magia che s’infonde nella relazione essere umano, spazio, tempo, materia. Lo scopo finale è il processo, ossia conoscersi sperimentando, approfondendo e provando: è farne esperienza diretta, appunto, solo così si trasformano continuamente le nostre esistenze, sempre in nuove forme, come nel gioco spontaneo che un bambino può fare con un legnetto su una spiaggia.

Ho osservato e studiato molto i giochi dei bambini e come gli adulti vivono i propri ambiti di conoscenza e sviluppo di sé stessi; da queste osservazioni dirette ho delineato una modalità che applico in tutte le attività che faccio e faccio fare: cerco sempre di creare quello spazio magico dove possano avvenire processi trasformativi di significato. L’arte, le pratiche dello Yoga e dell’Ayurveda, così come altre discipline o tecniche diventano “ambiti”  dove possono realizzarsi tali processi.

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